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LE GRANDI FAMIGLIE DI NAPOLI
NEWTON & COMPTON EDITORI
 

INTRODUZIONE ALL'ICONOGRAFIA ARALDICA
LUCIANO EDITORE

Nicola Della Monica

“Il cognome, oltre che essere un semplice segno di distinzione personale, costituisce veicolo di storia in quanto può talvolta evocare vicende storiche e genealogiche”. In questo libro l’autore, Nicola della Monica, attraverso una sintetica ma precisa descrizione ricostruisce la storia di alcune famiglie aristocratiche dalle origini ai giorni nostri, mettendo in rilievo la loro influenza nelle vicende storiche della città di Napoli.

Il testo, di più facile lettura per chi abbia già una certa conoscenza delle vicende salienti che hanno caratterizzato la storia del Regno di Napoli, mette in evidenza anche personaggi meno noti, su cui poco si è indagato, ma molto vicini al potere regio tanto da influenzarne le scelte.

La minuziosa ricostruzione storica è alleggerita da aneddoti che risultano assai piacevoli da leggere. Possono incuriosire le leggende relative all’origine di alcuni cognomi. “Il nome dei Colonna, secondo alcuni, deriverebbe dal fatto che il cardinale Giovanni, legato apostolico in Terra Santa, ritornò a Roma nel 1220 portando la colonna dove Gesù Cristo fu flagellato (conservata nella chiesa di Santa Prassede)”. Una delle leggende sull’origine del cognome dei Filangieri “narra che il capostipite fu un Riccardo, cavaliere appartenente alla Casa di Goffredo di Buglione. Questi nella conquista del Santo Sepolcro fu capitano di una falange, cosa che gli diede l’appellativo di “falangiero” che conservò come cognome una volta ritornato da Gerusalemme….. ”. Un’altra ipotesi, più verosimile, è quella per cui “nel 1045 tra i cavalieri che seguirono Roberto I il Guiscardo,…, ci sarebbero stati due principi della Casa di Normandia, Angerio – i cui figlioli sarebbero stati chiamati “Filii Angerii” dando origine ai Filangieri” . Si raccontano varie storie anche sul nome dei Pignatelli. “Qualcuno dice che un Landolfo Pignatelli militando in Oriente per il re Ruggiero II, assaltato il palazzo dell’imperatore di Costantinopoli, recuperò tre vasi d’argento infilzandoli per i manici. Secondo altri un Gisulfo Pignatelli, …, avrebbe riportato una vittoria contro i Greci, presso Negroponte, lanciando sugli sventurati nemici materiale incendiario racchiuso in una sorta di pentole. Queste infatti quando hanno un solo manico laterale assumono nel Napoletano il nome di “pignatiello”, appellativo derivante dall’antico pignatto”.

Un altro aspetto che stimola la curiosità del lettore è conoscere l’origine di alcuni luoghi. E’ interessante sapere che la costruzione di Via Toledo fu voluta da Don Pedro Alvarez de Toledo, che fu viceré dal 1532 al 1553. “Il nome di Don Pedro è altresì legato a un vero e proprio piano urbanistico che interessò l’edilizia pubblica e privata della città, intervenendo sulle mura, ampliandole e portando a compimento la notevole opera di restauro di Castel Capuano, sede delle varie Corti. A testimonianza di ciò si vedono, sulla facciata dell’attuale Palazzo di Giustizia, gli stemmi di casa Alvarez de Toledo”. Pochi conosceranno le alterne vicende di palazzo Donn’Anna. Sorse nel Seicento a Posillipo, fu chiamato così perché ereditato da donn’Anna Carafa, “bella bionda e giunonica dama”, che nel 1636 sposò don Ramiro Felipe Nuñez de Guzmán, viceré di Napoli dal 1637 al 1644. “Gli sposi in odore di regalità pensarono bene di costruirsi la loro reggia a Posillipo e affidarono il disegno e l’esecuzione all’architetto Cosimo Fanzago che progettò un sontuoso palazzo a mare il cui cortile doveva avere un piano d’acqua da cui si dipartivano le scalette per accedere agli appartamenti”. Dopo due anni di lavori furono compiuti i primi due piani quando, iniziato il terzo, il viceré fu richiamato in Spagna , lasciando la moglie incinta in una villa di Portici. “Donn’Anna ebbe prima un aborto e poi si ammalò attaccata dai pidocchi, morendo non ancora trentenne, nel 1645, abbandonata da tutti per la sua passata superbia”. Trascurato dai Guzmán, il palazzo cadde in mano al fisco e nel 1688 fu danneggiato da un violento terremoto che colpì la città. Nel Settecento fu comprato da Carlo Mirelli, parente dei Carafa, e attraversò un periodo di ritrovato splendore. Decaduti anche i Mirelli, nell’Ottocento nell’edificio si insedio una fabbrica di cristalli. Nel Novecento, infine, il palazzo fu diviso in appartamenti.

Nicola della Monica, napoletano, docente di Emblematica e iconografia araldica, si dedica alla ricerca storico critica applicando l’araldica alla storiografia e allo studio dei beni artistici e storici. E’ ispettore onorario ministeriale per i beni ambientali, architettonici, archeologici, artistici e storici di Napoli e collabora con i locali uffici di Soprintendenza.



Elena Sorrentino.

 

 

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